Museo "I Magli" di Sarezzo

Data di pubblicazione:
26 Gennaio 2022
Museo "I Magli" di Sarezzo

Il museo "I Magli" di Sarezzo rappresenta la prima tappa nel percorso museale della “Via del ferro” che, insieme alle miniere dell’alta valle e al forno fusorio di Tavernole, ci conduce alla scoperta delle secolari tradizioni della Valle Trompia e alle testimonianze che questo passato ha lasciato fra i monti, lungo i corsi d’acqua, negli abitati. Infatti la produzione di ferro in Valle Trompia è stata possibile per la presenza di ferro, acqua e boschi.

Si tratta di un'antica fucina di origine cinquecentesca, che era il luogo in cui si lavorava il ferro e si producevano attrezzi per diverse esigenze attraverso una macchina, il maglio appunto. Non vi son notizie certe su chi lo inventò, sappiamo però che i primi ad utilizzarlo furono i monaci Benedettini e Cistercensi e che nel XII secolo l’utilizzo si era già diffuso in tutta Europa.

L’esistenza della fucina venne documentata nel 1662 quando si registrò il passaggio di proprietà tra Giacomo Oliviero e Antonio Guizzo. Nel 1682 la famiglia Bailo ne acquisì la proprietà.

Nel 1700 la fucina appare ancora tra le proprietà di Ottavio Bailo, una fucina in grado di affinare la ghisa che le arrivava dai forni per predisporla alla lavorazione al maglio.

Nel XIX secolo passò a vari proprietari; nel 1879 venne acquistata da Pompeo, Angelo e Battista Sanzogni e si specializzò in particolare nella produzione di parti di aratro.

Nel 1984 gli eredi Sanzogni chiusero definitivamente la fucina. Alla fine degli anni Ottanta il canale che portava l’acqua venne interrato e nel borgo calò il silenzio.

Nel 1995 il Comune di Sarezzo acquistò la proprietà della Fucina Sanzogni, nel frattempo caduta in degrado (era crollato il tetto e la sala interna dei magli si era riempita di erbacce e arbusti).
Nel 2001 venne realizzato un restauro conservativo e il 25 novembre dello stesso anno avvenne l’inaugurazione del museo "I Magli".

 

La vera e propria fucina è un locale alto e buio, parzialmente interrato per attutire le vibrazioni trasmesse dai colpi del maglio. Le finestre non sono numerose, il tetto è dotato di appositi abbaini che consentivano l’uscita dei fumi prodotti dai forni. Il pavimento è in terra battuta, nera per la caligine e le scorie di ferro residue della lavorazione. Tutte le macchine erano state fissate direttamente nel terreno in modo tale che i colpi vi venissero dispersi.

Nella sala sono conservati due magli grandi ed uno più piccolo, oltre a due forni che permettevano di ottimizzare i tempi di lavorazione.

Nel maglio si possono distinguere alcune parti principali che ne costituiscono la struttura e ne permettevano il funzionamento: la testa di mulo (maglio o martello), la boca (parte intercambiale incastrata nella testa di mulo), l'incudine (parte su cui batteva il martello, che penetrava nel terreno per attutire i colpi). Il manico di legno oscilla tra due spalle laterali in pietra (hoche), tra le spalle e il manico del maglio troviamo dei pezzi di legno sovrapposti e un palo di ferro. In quest’ultimo, dentro incavi foderati in bronzo, si muovevano le protuberanze laterali dell’anello del manico (i corègn de la voga) che permettevano l’oscillazione del manico del maglio. Situato sull’albero di trasmissione (erbor) vi è un tamburo con delle camme che ruotando battevano contro il manico del maglio sollevandolo, passata la camme vi era il rilascio del manico che cadeva sull’incudine per poi risalire alla camme successiva. Tutto questo avveniva attraverso un albero di trasmissione incastrato nella ruota che veniva mossa dalla forza dell’acqua.

I magli presenti sono sostanzialmente simili nella struttura, ma diversi per rendimento e funzioni: il maglio centrale e quello di destra servivano per battere i pezzi e trasformarli secondo la forma desiderata; il secondo era più veloce e batteva 180 colpi al minuti; il primo, più potente, aveva una testa di mulo del peso di 280 chili e sviluppava una potenza di 7/8 quintali.

Visitare la fucina significa ripercorrere la storia non solo dal punto di vista prettamente tecnico o industriale, ma anche da quello umano. Il contatto e i racconti degli  ex lavoranti hanno ridato nuova vita all’opificio. Il sapere dei forgiatori non si fermava al solo utilizzo degli attrezzi e delle macchine, ma anche alla manutenzione del maglio e tranne la testa di mulo, "la boga", che veniva fatta con stampi in fonderia e "l’erbor" fatto dal fabbro (il "maringù") tutto il resto, compresi gli attrezzi da lavoro, venivano fatti dai lavoranti stessi. Chi fosse passato dalla fucina in un giorno di lavoro avrebbe visto il via vai degli operai al lavoro: chi prendeva i pezzi dal magazzino e chi lavorava alle mole, chi lavorava ai magli. Ogni maglio richiedeva tre lavoranti. Il primo addetto a forgiare il pezzo, il secondo ad arroventarlo, il terzo che regolava la velocità del maglio attraverso la pèrtega, la lunga asta attraverso la quale si dosava la quantità di acqua che cadeva sulle ruote con l’apertura della bochèta. Di solito chi svolgeva questo compito era il brahchì, il ragazzo che non allontanava mai lo sguardo dal forgiatore che stava seduto davanti al maglio e che con il capo gli comunicava quando abbassare o alzare la pèrtega. Il brahchì inoltre si recava alla fucina molto presto e preparava  gli strumenti di lavoro, li scaldava in acqua calda e preparava il tutto per l’arrivo dei lavoranti.

Il maglio più vicino all’ingresso svolgeva un’altra funzione: sulla testa e sull’incudine erano montati degli stampi, che imprimevano la curvatura necessaria ai vomeri, mentre un getto di acqua cadeva sul ferro rovente e contribuiva a eliminare le scorie e a lucidare il pezzo. In fondo alla sala troviamo la trancia, che tagliava il pezzo (toglieva la presa e lo rifiniva) ed infine venivano fatti i fori e veniva molato e verniciato.
La fucina, per fornire energia alle macchine in uso, veniva alimentata da un canale derivato dal torrente Gobbia che scende dalla valle di Lumezzane e che prima di giungere al borgo Valgobbia animava altre fucine.

Le acque si raccoglievano in un’ampia vasca che occupava lo spazio a monte della fucina. Da qui venivano convogliate in una seriola pensile di legno che corre lungo il lato dell’edificio con delle chiuse che regolavano l’entrata dell’acqua o il suo scarico in un altro canale oggi non più in uso.

All’esterno della fucina troviamo le ruote, costruite in legno con delle pale (cop) fissate ad un tamburo in modo da formare contenitori chiamati secchi così da sfruttare non solo l’energia cinetica, ma anche il peso. Accanto alle ruote troviamo le trombe che, attraverso il progressivo restringimento dei condotti in legno, provocavano un aumento di pressione dell’acqua .Quindi veniva sfruttato il peso dell’acqua, la caduta e la pressione. All’interno del tamburo veniva fissato l’erbor, fatto in legno di robinia o di rovere messo a stagionare in acqua, che praticamente era l’albero di trasmissione che consentiva attraverso un tamburo e delle camme il movimento di battuta del grosso martello sull’incudine.

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Ultimo aggiornamento

Giovedi 18 Agosto 2022